Poco oltre il tredicesimo miglio della via Flaminia antica, immerso nel paesaggio che ancora oggi conserva il fascino aspro e luminoso della campagna romana, sorge uno dei luoghi più sorprendenti del Lazio: il complesso monumentale di Malborghetto.
A prima vista sembra soltanto un grande casale isolato tra i campi, ma dietro quelle mura si nasconde una storia lunga più di milleseicento anni — una storia che, in un certo senso, tocca uno dei momenti decisivi dell’Impero Romano e dell’intera civiltà occidentale.
Tutto comincia all’inizio del IV secolo dopo Cristo.
Lungo la via Flaminia, la grande arteria che collegava Roma al nord della penisola, viene costruito un arco quadrifronte, con quattro fornici aperti nelle direzioni cardinali: un monumento alto quasi diciotto metri, interamente rivestito di marmo bianco e decorato da colonne corinzie.
Un arco del genere non era soltanto un segno di trionfo: era un messaggio politico inciso nella pietra, una dichiarazione di potere e di legittimità.
E proprio qui, secondo studi archeologici e storico topografici recenti, Costantino avrebbe posto il suo accampamento prima di muovere contro Massenzio, nella celebre battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C.
È la notte del sogno, quella che lo scrittore cristiano Lattanzio, testimone vicino agli eventi, racconta con queste parole:
Ut in signum caeleste notaret scuta, hoc signo se in proelia iturum atque hostes esse superaturum.
Gli fu indicato di segnare gli scudi con un segno celeste, con il quale avrebbe affrontato la battaglia e vinto il nemico.
Quel segno — il monogramma di Cristo — diventerà l’emblema del nuovo imperatore e della nuova fede che stava per cambiare il volto dell’Impero.
Col passare dei secoli, però, l’arco cambiò volto, come accadde a molti monumenti antichi che la storia, invece di distruggere, riutilizzò e trasformò, rendendone possibile la sopravvivenza fino ai nostri giorni..
Nell’XI secolo, ormai spogliato del rivestimento marmoreo, i quattro fornici vengono chiusi, e l’interno fortificato e trasformato in una piccola chiesa a pianta greca, forse dedicata alla Vergine.
Nel frattempo, la via Flaminia viene spostata più a ovest.
Di quel periodo restano ancora oggi l’abside, due finestre e alcune tombe nei dintorni.
Intorno alla chiesa si sviluppa un piccolo borgo cinto da mura, ricordato nei documenti medievali come Burgus Sancti Nicolai de Arcu Virginis: un villaggio fortificato con la chiesa-torre al centro, a protezione dei viandanti.
Nel 1278 il complesso risulta di proprietà del Capitolo di San Pietro, e nel Quattrocento diventa un hospitium, una casa di sosta per viaggiatori, pellegrini e nobili diretti verso Roma.
Ma la tranquillità non dura.
Il 10 dicembre 1485, durante le guerre tra i Colonna e gli Orsini, il borgo viene assalito e distrutto.
Da allora il sito cambia volto: le sue mura diventano un casale rurale, e il nome stesso lo racconta — Malborghetto o “ Borghettaccio”.
Nel 1495 viene dato in affitto a privati, e pochi anni dopo, nel 1504, ospita una taberna con hospitium.
Con l’avvio del servizio postale pontificio nel 1507, la Flaminia torna a essere frequentata, e Malborghetto ritrova un ruolo importante lungo la grande via consolare.
Nel 1567 un farmacista milanese, Costantino Petrasanta, restaura l’edificio, conferendogli in gran parte l’aspetto che conserva ancora oggi: un volume quadrato, severo ma armonioso, con archi murati e finestre regolari.
Poi, ancora una volta, il declino.
Nel Seicento il complesso viene abbandonato; nel Settecento diventa un rifugio di briganti — non un caso, visto il luogo isolato e strategico —, finché nel 1742 ritrova una funzione pubblica come stazione di mezza posta, punto di cambio dei cavalli tra Prima Porta e Castelnuovo di Porto, rimasta attiva fino al 1788.
Dopo l’Unità d’Italia, la proprietà passa alla Chiesa per donazione.
Ed è allora che entra in scena un personaggio straordinario: Fritz Töbelmann, un giovane studioso tedesco che, all’inizio del Novecento, riconosce per primo nel casale di Malborghetto non una costruzione medievale, ma i resti di un arco trionfale del IV secolo, eretto in memoria del passaggio di Costantino.
Richiamato alle armi allo scoppio della Prima guerra mondiale, Töbelmann muore al fronte nel 1914; la sua opera sarà pubblicata postuma, e la sua intuizione, accolta e confermata dagli studi successivi.
Solo nel 1982, grazie a Gaetano Messineo e alla Soprintendenza Archeologica di Roma, il sito viene finalmente acquistato dallo Stato italiano, restaurato e aperto al pubblico.
Da allora Malborghetto è tornato a essere non soltanto un luogo di passaggio, ma un luogo di memoria, dove le pietre raccontano — con la pazienza che solo i monumenti conoscono — la lunga storia di un arco romano diventato chiesa, borgo, osteria, stazione di posta, e infine museo.
MALBORGHETTO: STORIA, TRASFORMAZIONE, SCOPERTA
Oggi Malborghetto vive una nuova stagione di rinascita grazie al progetto “Malborghetto: Storia, Trasformazione, Scoperta”, promosso dalla Soprintendenza Speciale di Roma in collaborazione con Explora – il Museo dei Bambini di Roma.
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di avvicinare bambine, bambini e famiglie al patrimonio culturale e paesaggistico del Municipio XV, restituendo al complesso una dimensione viva e partecipata.
Il progetto si distingue per la sua capacità di fondere racconto e innovazione: nuovi percorsi, allestimenti e installazioni interattive restituiscono l’area al pubblico in una veste rinnovata, in grado di stimolare la curiosità e coinvolgere attivamente generazioni diverse.
Tra le esperienze proposte:
- La Caccia al tesoro interattiva, con contenuti digitali accessibili tramite QR code, che accompagna i visitatori alla scoperta della storia del luogo dal IV secolo d.C. a oggi. Domande e risposte multiple guidano l’osservazione e la scoperta; al termine del percorso, il sistema genera un piccolo diploma di esploratore, che i partecipanti possono stampare.
- L’allestimento “Il Sogno”, un gioco di tassellazione bifronte ispirato alla battaglia di Ponte Milvio e al sogno di Costantino: un modo per raccontare la storia dell’arco attraverso immagini e simboli, offrendo spunti di riflessione diversi a seconda dell’età dei visitatori.
- Le installazioni “Mi trasformo”, che permettono di “vestire i panni” di figure storiche legate al territorio — il legionario, la locandiera, il pellegrino — approfondendo usi, costumi e ruoli quotidiani della storia di Malborghetto.
Completano il percorso attività didattiche e laboratori dedicati alla scoperta delle antiche tecniche costruttive e dei simboli dell’epoca.
Al termine dell’esperienza, ogni partecipante riceve un piccolo ricordo: una conchiglia del pellegrino o un elmo di legionario in carta da costruire, simboli di viaggio e di conoscenza.
Particolare attenzione è riservata all’accessibilità e all’inclusione: pannelli in Braille e video in LIS rendono l’esperienza fruibile a tutti, trasformando Malborghetto non solo in un luogo da visitare, ma da esplorare e comprendere.
Oggi come ieri Dall’arco trionfale di Costantino alle mani dei bambini che giocano con i simboli del passato, Malborghetto continua a trasformarsi.
Un monumento che non smette di raccontare storie: quelle degli imperatori e dei pellegrini, dei viaggiatori e degli studiosi, e oggi — finalmente — anche dei più giovani, che imparano a scoprire la storia toccandola con mano.

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