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id 157 – San Giovanni dei Fiorentini: restauro della cripta, del Museo di Arte Sacra e delle superfici interne della chiesa

CUP F89D21001190006

Importo del finanziamento: € 500.000,00

Localizzazione: Municipio I, Rione Ponte, Via Acciaioli 2, 00186 Roma (RM)

La rivoluzione urbanistica immaginata da papa Giulio II Della Rovere si concretizzò nel 1508 con l’apertura di via Giulia, rettifilo che dal cuore della città portava sino in Vaticano. Proprio del 1508 è il primo progetto del Bramante per una grande chiesa dedicata a san Giovanni Battista dei Fiorentini che potesse costituire il capitolo architettonico a chiusura della via. Tale primo progetto, a pianta centrale, seppure non andato oltre la planimetria, costituirà un importante precedente, in quanto la fabbrica di San Giovanni dei Fiorentini procederà parallelamente per temi e progetti alla Fabbrica di San Pietro, copiandone addirittura i partiti decorativi.

Il successore di Giulio II, il papa fiorentino Leone X de’ Medici (1513-1521), lanciò nel 1518 un concorso di architettura per sostituire la vecchia chiesa di San Pantaleo, alla quale parteciparono Baldassare Peruzzi, Jacopo Sansovino, Giuliano da Sangallo e Raffaello Sanzio. Sansovino vinse il concorso con un progetto a pianta centrale, ma fu messo da parte quando ebbe difficoltà ad affrontare il problema delle fondazioni a sostruzione nel letto del fiume Tevere. La costruzione fu poi affidata ad Antonio da Sangallo il Giovane, che risolse brillantemente il problema delle sostruzioni. Tuttavia, di fronte ad altre difficoltà, il duca di Toscana Cosimo I de’ Medici chiese a Michelangelo di preparare nuovi piani per la chiesa. Questi progettò un impianto a croce greca, che però non fu adottato.

Fu solo con l’architetto Giacomo della Porta che la costruzione fu finalmente realizzata, tra il 1583 e il 1602, con una pianta basilicale a croce latina, tre navate separate da archi semicircolari, cinque cappelle per lato, tre absidi e la cupola. Carlo Maderno subentrò nella direzione dei lavori dal 1602 al 1620, completando il corpo principale della chiesa e la cupola. Nel 1623-24 Giovanni Lanfranco dipinse per la cappella Sacchetti. Nel 1634 il nobile fiorentino Orazio Falconieri chiese al pittore e architetto barocco Pietro da Cortona di progettare l’abside, con un ambizioso gruppo scultoreo. Ma è un progetto diverso che fu poi realizzato, 20 anni dopo, dall’architetto barocco Francesco Borromini, con la scultura di Antonio Raggi che rappresenta il Battesimo di Cristo. La facciata in travertino fu realizzata soltanto tra il 1734 e il 1738 da Alessandro Galilei, che morì un anno prima del completamento.

La Chiesa comprende al piano ipogeo la Cripta Falconieri, costituita da un’aula ellittica centrale con vano terminale provvisto di altare, due ambienti tombali laterali e due rampe di accesso. L’intervento interessa anche il Museo di Arte Sacra e le superfici interne della chiesa soprastante, in particolare l’abside e le cappelle laterali. Prima dell’intervento, la cripta presentava fenomeni diffusi di umidità nelle murature e criticità conservative delle superfici di finitura; alcune aree, sebbene oggetto di precedenti lavori di restauro, non risultavano ancora accessibili al pubblico.

Le principali problematiche di degrado rilevate nella cripta erano le seguenti:

– umidità da risalita capillare in tutte le murature, umidità igroscopica causata dalla forte salinizzazione di muri ed intonaci;

– umidità da infiltrazioni;

– umidità dovuta al contatto con il terreno delle murature ipogee;

– umidità da condensazione causata dall’eccessivo livello di umidità nell’aria e da insufficiente areazione degli ambienti ipogei.

L’intervento ha previsto l’effettuazione di indagini diagnostiche e operazioni di conservazione rivolte alla comprensione e al controllo dei fenomeni di degrado legati all’umidità. Sono state effettuate campagne di monitoraggio della temperatura e dell’umidità relativa negli ambienti della cripta, indagini stratigrafiche sulle superfici dell’aula centrale, rilievi geometrici e la digitalizzazione della documentazione archivistica esistente. Le attività di restauro hanno riguardato il risanamento e il consolidamento degli spazi ipogei: l’aula centrale, il vano con l’altare, gli ambienti tombali laterali e le rampe di accesso. Sono state condotte operazioni conservative sulle finiture ed è stata effettuata la rimozione di strati sovrammessi in epoca recente con materiali non compatibili con le superfici storiche, per restituire omogeneità estetica e ripristinare il corretto equilibrio chimico-fisico delle finiture. L’intervento ha permesso di rendere più fruibili e controllabili gli spazi restaurati, compresa la rimessa in funzione di sistemi di deumidificazione nella cripta. Per il Museo di Arte Sacra è stata effettuata la messa in sicurezza e il restauro degli elementi lignei di copertura.

id 158 – Forte Bravetta: restauro e consolidamento, valorizzazione dei percorsi e adeguamento impiantistico

CUP F89D21001200006

Importo del finanziamento: € 800.000,00

Localizzazione: Municipio XII; Rione: Gianicolense; Via di Bravetta, 739; CAP 00164 Roma (RM)

Il complesso di Forte Bravetta è un manufatto fortificato a sviluppo pentagonale posto su un terrapieno con fossato perimetrale e masse terrose di protezione; si articola in rampe di accesso, piazza d’armi, caponiere laterali, un tamburo difensivo sul fronte di gola e tre polveriere, di cui una ‘in caverna’. Il Forte è stato realizzato tra il 1877 e il 1883; all’interno è presente una lapide che ricorda i 77 caduti della Resistenza romana. L’edificio, di proprietà demaniale e inserito nel Parco Comunale dei Martiri di Forte Bravetta, è vincolato ai sensi del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

Prima dell’intervento il Forte era accessibile solo dal personale tecnico, con vegetazione d’alto fusto e arbustiva che invadeva e nascondeva ampie parti del perimetro. Il fossato, ora asciutto, poteva essere attraversato solo percorrendo il ponte, originariamente retrattile, che nel tempo ha perduto il tratto mobile, sostituito da una struttura fissa in c.a.; la parte originaria in acciaio si mantiene invece in discrete condizioni. I parapetti, da conservare per non alterare l’immagine storica del ponte, sono tuttavia inadeguati all’uso. Dal punto di vista costruttivo le murature sono in tufo e laterizi, con voltine a botte.

Certamente il complesso scontava i decenni di sostanziale abbandono, ma non si registravano le manomissioni strutturali che hanno invece fortemente modificato le sembianze di altri forti appartenenti alla stessa cinta difensiva, o ‘campo trincerato’ come viene definito il recinto difensivo post-unitario. Le strutture militari aggiunte recentemente (presumibilmente negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale), in stato di abbandono e dirute, forse volutamente portate a tale condizione per evitare occupazioni abusive, sono collocate all’esterno del fossato e non incidono sul complesso storico.

L’intervento è stato finalizzato al consolidamento strutturale e al restauro conservativo delle superfici e di alcuni elementi particolarmente significativi, nonché all’adeguamento impiantistico minimo per la fruizione. Le lavorazioni principali hanno previsto il recupero del ponte di accesso mediante la rimozione della soletta in c.a., la verifica, la reintegrazione o sostituzione degli elementi metallici degradati, il ripristino della funzionalità del pano di calpestio e l’inserimento di parapetti adatti alla pubblica fruizione.

Inoltre, è stato eseguito il consolidamento strutturale della caponiera orientale mediante ancoraggi e tiranti, il restauro delle facciate prospicienti il fossato tramite pulitura, consolidamento e integrazione delle lacune con l’utilizzo di materiali compatibili, e il consolidamento locale delle volte e delle coperture. Sono stati anche condotti interventi di sistemazione delle polveriere e opere di stabilizzazione marginale del fossato. L’adeguamento impiantistico ha previsto una distribuzione elettrica essenziale, con illuminazione a LED calibrata per limitare l’impatto luminoso e predisposizioni per implementare sistemi di controllo e videosorveglianza.

L’intervento ha permesso di raggiungere condizioni di sicurezza e visitabilità ottimali senza modificare le consistenze dell’edificio; la fruizione è intesa in chiave museale e di memoria storica, favorendo percorsi accessibili a tutti i visitatori nell’area d’ingresso, nei tunnel carrabili e in alcuni ambienti ipogei. Le soluzioni progettuali hanno privilegiato tecniche conservative e il massimo riutilizzo dei materiali esistenti, con limitato impatto sul sedime e con interventi minimamente invasivi per impianti e cablaggi (pose esterne).

id 159 – Chiesa S. Maria in Traspontina: restauro delle coperture, restauro degli apparati decorativi dell’interno, restauro dell’Oratorio della Dottrina della Fede

CUP F89D22001300006

Importo del finanziamento: € 900.000,00

Localizzazione: Municipio I, Rione Borgo, Via della Conciliazione, 00193 Roma

La Chiesa di S. Maria in Traspontina e l’Oratorio della Dottrina della Fede insistono su via della Conciliazione nel Rione Borgo. Prima dell’intervento si presentava una situazione caratterizzata da degrado diffuso della copertura lignea con porzioni crollate e infiltrazioni idriche che avevano inciso sugli apparati decorativi interni; la volta affrescata da Giovanni Conca mostrava lesioni, perdite di pellicola pittorica ed efflorescenze saline. Gli intonaci e gli stucchi, in parte rinnovati nel XX secolo, evidenziavano depositi di particellato, microfratture e cadute di pellicola; gli elementi lapidei e il pavimento marmoreo risultavano in condizioni complessivamente discrete ma con vecchie stuccature inadatte e depositi incoerenti. La porzione di copertura ricostruita nel 1990 risultava anch’essa compromessa. L’immobile è sottoposto a tutela ai sensi del d.lgs. 42/2004.

L’intervento ha comportato il restauro integrale delle coperture e il consolidamento strutturale dell’oratorio, la conservazione e il restauro degli apparati decorativi interni e il restauro dell’Oratorio della Dottrina della Fede. In si è proceduto con la rimozione del pacchetto degradato e la ricostruzione della struttura di copertura con capriate e cordolo perimetrale con adeguata continuità strutturale, la formazione di un doppio tavolato ligneo e la ricollocazione del manto di copertura. All’interno sono stati restaurati gli intonaci, gli stucchi monocromi, l’affresco nella volta e gli elementi lapidei. Anche gli infissi sono sati oggetto di un intervento di recupero. È Stato inoltre demolito il bussolotto all’ingresso, superfetazione novecentesca che aveva inglobato la prima campata dell’ambiente, con la ricostituzione delle superfici di raccordo. La balaustra marmorea antistante l’altare, manomessa anch’essa nel corso del Novecento e spostata lungo la parete laterale è stata ricollocata nella sua posizione originaria. Si è inoltre proceduto alla rimozione, al restauro in laboratorio e alla ricollocazione delle cinque tele presenti nella parete destra dell’aula. Sono stati infine rinnovati gli impianti elettrico e illuminotecnico al fine di garantire la piena funzionalità del bene.

L’intervento era infatti finalizzato a ripristinare la leggibilità e la conservazione del bene garantendone la fruizione pubblica e la tutela a lungo termine

id 160 – Ex convento dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino: restauro e adeguamento funzionale della sede dell’Istituto Nazionale di Studi Romani

CUP F89D22001440006

Importo del finanziamento: € 1.700.000,00

Localizzazione: Municipio I – Rione Ripa (R. XII); P.za di Sant’Alessio, 23, 00153 Roma

L’ex Convento dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino è un complesso architettonico articolato in diversi corpi di fabbrica, attualmente caratterizzati da destinazioni e funzioni diverse. La parte occidentale, sede dell’Istituto Nazionale di Studi Romani (che comprende anche l’appartamento reale di Carlo IV di Borbone e l’antica biblioteca del convento) si sviluppa con due ali disposte ad L intorno al cortile d’ingresso, da cui si accede, procedendo verso nord-ovest, al chiostro – scandito da archi su colonne – e al loggiato prospiciente il giardino sul Tevere; la parte orientale è costituita invece dal corpo di fabbrica antistante il cortile della basilica dei Santi Bonifacio e Alessio, prospiciente via di S. Sabina e dal cortile stesso, entrambi occupati dalla comunità dei Padri Somaschi che officia la chiesa.

La facciata principale dell’atrio della basilica, è scandita da un doppio ordine di paraste, che incorniciano – al piano terra – specchiature trabeate in cui si aprono finestre ad edicola su basamenti in travertino e – al primo piano – archi a tutto sesto; l’ingresso centrale si caratterizza per un doppio ordine di colonne incornicianti un fornice al piano terra ed una loggia al primo piano. Il partito architettonico del restante complesso è invece più semplice, delimitato da fasce marcapiano e marcadavanzale tra i piani terra e primo, su cui poggiano semplici finestre trabeate, con coronamento costituito da una cornice a gola, al di sotto del tetto a falde.

Prima dell’intervento le facciate presentavano coloriture disomogenee, alterazioni cromatiche, erosione generalizzata degli intonaci, disgregazione e mancanze nelle cornici, ossidazione degli elementi in ferro, fatiscenza degli infissi e un diffuso disordine impiantistico.

Il progetto, preceduto da rilievo laser scanner e fotogrammetrico e da una campagna di saggi stratigrafici, interessa principalmente le facciate esterne al fine di assicurarne il risanamento conservativo e ripristinarne la leggibilità dei partiti architettonici. Le operazioni previste comprendono: la rimozione dei depositi e il trattamento delle colonizzazioni biologiche; il consolidamento e la reintegrazione localizzata di intonaci e stucchi, con la scelta della finitura sulla base dei saggi eseguiti; limitate opere puntuali di risanamento degli intonaci all’interno del chiostro; il restauro degli elementi lapidei; il trattamento e la protezione delle opere in ferro; il restauro conservativo o, se necessario, la sostituzione degli infissi mantenendo forme e materiali coerenti con i prospetti; la revisione del sistema di smaltimento delle acque meteoriche con sostituzione dei pluviali e delle gronde inadeguati; il riordino dei cavi sulle facciate. E’ previsto anche il restauro e il risanamento conservativo del muro di cinta che separa il cortile dell’Istituto di Studi Romani da via di Santa Sabina, compreso il restauro e la revisione dei portoni lignei, per assicurare la continuità cromatica e di finitura del prospetto del complesso sul fronte urbano prospiciente la piazza dei Cavalieri di Malta.

Il progetto si articola secondo i criteri del minimo intervento, selettività e reversibilità.

L’immobile è tutelato ai sensi del D.lgs. 42/2004 e la disponibilità del bene è del Comune di Roma. La basilica, di proprietà del FEC, non è oggetto dell’intervento.

Le opere sono progettate per favorire la lettura delle partizioni architettoniche dell’intero complesso, che nasce come unitario, accordandone finiture e cromie in base alle indagini storiche e stratigrafiche eseguite, nel rispetto dello stato conservativo rilevato e dell’aspetto ormai storicizzato, in ordine ai principi della tutela monumentale e paesaggistica vigente.

id 161 – Crustumerium

CUP F87B22000670006

Importo del finanziamento: € 1.500.000,00

Localizzazione: Municipio: Roma III; Via della Marcigliana 1052; CAP: 00138

Prima dell’intervento il Parco Archeologico di Crustumerium si presentava con accesso poco visibile dalla strada, percorsi sterrati in larga parte compromessi dalla vegetazione e porzioni del Fosso della Formicola completamente invase dalla vegetazione ripariale. Gli scavi condotti a partire dagli anni ’70 del XX secolo hanno portato alla luce numerose tombe, in gran parte databili tra il IX e il VII secolo a.C., con tipologie a fossa, a camera e a tumulo; visibile è attualmente un gruppo di tombe familiari in condizioni di degrado. Il sito è soggetto a vincoli di tutela paesaggistica e archeologica e si inserisce in un contesto agricolo e naturalistico caratterizzato da forre e percorsi rurali. L’area comprende inoltre i Casali, costituiti da foresteria, ex-stalla ed ex-fienile. Il Casale uso foresteria è in buone condizioni e si prevede una sistemazione generale; nell’ex-stalla si prevede l’ultimazione della parte impiantistica e delle finiture architettoniche; mentre per l’ex-fienile, in totale stato di abbandono, si prevede una messa in sicurezza.

Il progetto prevede il potenziamento dell’accesso principale con la creazione di un’area di ingresso attrezzata, parcheggi per auto e biciclette, segnaletica e un padiglione infopoint. Sono previsti il recupero e la sistemazione dei percorsi interni ciclopedonali e pedonali per ripristinare l’itinerario archeologico, con pavimentazioni compatibili con il paesaggio, punti di sosta e pannelli informativi. Sulle emergenze archeologiche si interviene con operazioni di bonifica della vegetazione infestante, svuotamento e pulitura delle tombe, misure di drenaggio e consolidamento delle murature in tufo e ricollocazione di adeguate protezioni sommitali; si prevede inoltre la realizzazione di una copertura protettiva ampliata e di dispositivi informativi integrati alla recinzione degli scavi. Sono inoltre previste azioni di restauro e allestimento dei Casali, la sistemazione del verde e l’installazione di sistemi di videosorveglianza, strumenti digitali di fruizione (app con audioguida) e webcam per la comunicazione del sito.

L’intervento si concentra sulla valorizzazione e sulla fruibilità pubblica, privilegiando la mobilità dolce: non sono previsti nuovi tracciati carrabili se non quelli necessari all’ingresso esistente. Il progetto mette in rete le emergenze del Parco con percorsi didattici, naturalistici e multimediali, integrando la fruizione in loco con strumenti informativi e multilingue e favorendo collegamenti con la rete ciclabile circostante.

id 162 – Area Archeologica di Gabii: tutela e restauro

CUP F89D21001310006

Importo del finanziamento: € 2.000.000,00

Localizzazione: Via Prenestina Nuova, km 2, Montecompatri (RM).

L’area archeologica di Gabii, situata a 20 km a est di Roma sul pianoro di Castiglione, nel comune di Montecompatri, ha avuto evidenze insediative dalla fine dell’VIII e inizi del VII secolo a.C. Il sito comprende l’area urbana dell’antica città di Gabii, che si inserisce nello scenario dei grandi centri laziali esistenti al momento della nascita di Roma e rientra tra le città che controllavano la bassa valle dell’Aniene e gli accessi alla valle del Sacco e del Liri: come tale rappresentò un epicentro politico e culturale di fondamentale rilevanza nel Latium vetus, prima dell’ascesa di Roma.

Gabii costituisce uno dei siti archeologici più significativi del territorio, al cui interno sono ancora percepibili le caratteristiche del paesaggio storico dell’Agro Romano altrove definitivamente perdute. Per tali motivi un ampio settore dell’antica città – pari a circa 70 ettari – comprendente parte dell’antico centro urbano e alcune delle sue più dirette pertinenze – è stato acquisito nel 1987 dal Demanio dello Stato e assegnato in uso alla Soprintendenza Speciale Archeologia Belle arti e Paesaggio di Roma al fine di realizzare un parco archeologico suburbano.

Dagli scavi sino ad ora svolti infatti è possibile rilevare come al di sotto del piano di campagna, a poche decine di centimetri di profondità, siano ancora in gran parte conservate le principali strutture e gli edifici dell’antica città. Infatti, successivamente all’abbandono del sito, avvenuto intorno alla metà dell’XI secolo, l’area adibita da quel momento ad uso agricolo non è più stata oggetto di interventi costruttivi e di trasformazione, che in altre aree hanno irrimediabilmente cancellato le tracce del passato.

Attraversata dall’asse della via Prenestina, Gabii conserva un impianto termale con ambienti identificati come tepidarium, calidarium e frigidarium, pavimentazioni musive geometriche e figurate, rivestimenti marmorei e apparati pittorici parietali. Sono presenti resti di un portico in lapis gabinus, il santuario di Giunone Gabina e strutture correlate al foro e a complessi privati. L’abbandono medievale ha preservato numerose testimonianze archeologiche, mentre l’esposizione agli agenti atmosferici, la vegetazione infestante, l’umidità e la fauna hanno determinato degrado diffuso di paramenti e pavimenti.

L’area archeologica, bene demaniale, è accessibile da Via Prenestina Nuova e l’intervento si è focalizzato su interventi di scavo mirato, restauro e consolidamento presso vari punti di interesse dell’Area (area urbana, San Primitivo) mirando a rendere le strutture fruibili nell’ambito della visita al Parco Archeologico. L’intervento ha previsto lo svolgimento di indagini diagnostiche preliminari (prelievi per analisi chimico-fisiche, sezioni sottili, analisi microbiologiche) e una documentazione grafica e fotografica puntuale.

Le azioni conservative condotte sono state: bonifica da microflora patogena e diserbo della vegetazione infestante; rimozione dei depositi incoerenti e delle stuccature non idonee; consolidamento dei materiali costitutivi mediante prodotti compatibili (nanosoluzioni e prodotti inorganici selezionati); ristabilimento dell’adesione degli strati preparatori e delle tessere musive; operazioni specifiche sui mosaici (catalogazione, ricollocazione di frammenti, boiaccatura, integrazione a malta incisa, eventuale distacco e ricollocazione porzionata); consolidamento e ricomposizione delle pilae di sostegno dell’impianto termale. Le misure adottate hanno migliorato la sicurezza delle superfici e la conservazione preventiva, limitando l’accesso della fauna locale e contrastando la proliferazione della vegetazione infestante.

id 150 – Parco culturale di Castel di Guido

CUP F89D21000690006

Importo del finanziamento: € 1.000.000,00

Localizzazione: Municipio XIII; Via di Castel di Guido, 380; CAP: 00166

Il sito riguarda il Mausoleo di Castel di Guido, conservato nella parte ipogea della Chiesa dello Spirito Santo. Il monumento ha pianta circolare in opera laterizia con un pilastro centrale, un ambulacro anulare voltato a botte e nicchie radiali e arcosoli destinati a deposizioni funerarie. Prima dell’intervento l’area si presentava solo parzialmente accessibile, attraverso una serie gradini e accessi vetusti; gli ambienti interni conservano elementi lapidei e reperti archeologici attualmente in deposito. Il mausoleo è datato tra la fine del III e gli inizi del IV secolo d.C.; la sovrastante Chiesa dello Spirito Santo è documentata a partire dal XVII secolo. L’area è inserita nel contesto dell’Ecomuseo di Roma Ovest e interagisce con il sistema di percorsi e testimonianze archeologiche della via Aurelia.

L’intervento ha previsto opere di manutenzione, conservazione e riqualificazione finalizzate a migliorare l’accessibilità, la fruizione e la conservazione del monumento. Si è provveduto alla sostituzione dei portoni e degli infissi, al rifacimento della pavimentazione interna per l’eliminazione delle barriere architettoniche, al restauro delle murature e dei reperti archeologici, alla realizzazione di un locale front office, all’adeguamento dei sistemi di sicurezza e degli impianti oltreché all’installazione di un impianto di climatizzazione nel locale di accoglienza.

L’intervento ha migliorato la fruibilità del Mausoleo e la sua integrazione nel contesto urbano e naturalistico: i percorsi esterni sono stati adeguati mediante posa in opera di nuova pavimentazione, rampe e segnaletica e pannellistica didattico-illustrativa.

L’intervento è parte del progetto Ecomuseo di Roma Ovest

id 149 – Villa romana di Casalotti: completamento degli scavi, restauro delle murature e degli apparati decorativi dell’interno, valorizzazione e divulgazione

CUP F89D21000700006

Importo del finanziamento: € 1.000.000,00

Localizzazione: Municipio: Municipio XIII; Via di Casalotti, angolo Via Borgo Ticino; CAP: 00166

La Villa romana di Casalotti si sviluppa su due aree separate dall’attuale tracciato di Via di Casalotti, indicate come area nord e area sud. Scoperta nel 1930, è datata al II secolo d.C. e comprende una porzione rustica con dolia, un probabile torcularium e un impianto termale articolato in più ambienti, con settore riscaldato a ipocausto, vasche e un praefurnium. Sono presenti pavimentazioni in mosaico a tessere bianche e nere, superfici in cocciopesto e frammenti di intonaco dipinto; sono stati inoltre rinvenuti elementi legati alla lavorazione del vetro e sepolture di età imperiale. Le strutture manifestano fasi d’uso fino al IV-V secolo d.C. e successive spoliazioni.

Il sito insiste su un piccolo parco accessibile al pubblico e rappresenta l’unica area verde attrezzata del quartiere Casalotti, molto frequentata dalla comunità locale.

L’intervento ha previsto il completamento degli scavi e il restauro conservativo delle murature e degli apparati decorativi interni, con indagini archeologiche documentate e rilievi metrici e fotogrammetrici. Le indagini stratigrafiche hanno riguardato due settori circoscritti dell’area nord (103,79 mq) e dell’area sud (144,09 mq). Le opere di restauro hanno compreso il consolidamento e la pulitura delle superfici murarie e musive, il completamento degli interventi già avviati nel 2020-2021 e la posa di nuove pavimentazioni. Il sito è stato munito di dotazioni impiantistiche minime per illuminazione e ricambio d’aria.

L’intervento si inserisce nell’ambito di un più ampio programma di valorizzazione di siti archeologici periferici promosso dalla Soprintendenza.

L’intervento è parte del progetto Ecomuseo di Roma Ovest

id 138 – Chiesa di SS. Nereo e Achilleo: restauro della facciata

CUP F89C21000390006

Importo del finanziamento: € 600.000,00

Localizzazione: Municipio I; Rione Celio; Viale delle Terme di Caracalla; CAP 00184

La chiesa è dedicata ai martiri Nereo e Achilleo, servi della nobile Flavia Domitilla e con lei martirizzati all’epoca di Diocleziano, per la loro fede cristiana. La fase costruttiva più antica è quella che corrisponde al Titulus Fasciolae, il primitivo luogo di culto, documentato sin dall’anno 377 da un’epigrafe ritrovata nel 1831 nella Basilica di S. Paolo fuori le mura. Sotto il papa Gregorio Magno, il nome Fasciolae si trova già mutato in quello dei SS. Nereo e Achilleo. Leone III (795-817), riedifica la Chiesa dalle fondamenta realizzando l’impianto basilicale a tre navate con abside rivolta ad ovest. Durante il giubileo del 1475, per volere di Sisto IV furono eseguiti lavori per il recupero della chiesa che verteva in uno stato di completo abbandono. In questa fase viene ricostruita la porzione di facciata centrale inserendo il semplice portale architravato, ancora in situ, un oculo centrale, che verrà successivamente rimosso per inserire la nuova finestra centrale, e vengono fatte chiudere alcune aperture sia internamente che esternamente alla facciata, le cui tracce sono state riscontrate sotto l’intonaco durante gli ultimi lavori di restauro. Nuovi restauri vennero effettuati nel XVI secolo dal cardinale Cesare Baronio, a cui si devono gli affreschi dell’abside e delle navate. Arretrata rispetto al ciglio stradale e prospiciente un piccolo sagrato, la facciata presenta pitture a graffito realizzate da Girolamo Massei, pittore lucchese della fine del 1500. La scelta della tecnica a graffito è dovuta, oltre che a problemi economici che non permettevano di realizzare una facciata in travertino, anche al rispetto delle preesistenze. La facciata si compone di due ordini architettonici sovrapposti su paraste: il secondo si innesta sulla trabeazione del primo con interposta una alta base per dare più slancio a tutto il prospetto racchiuso nel sagrato. Completano la parte superiore le volute a semplice curvatura e il timpano triangolare. Sull’asse della facciata corrisponde, nella parte bassa, la porta di accesso alla chiesa, nella parte alta una finestra rettangolare con cornice in stucco. La parte inferiore è caratterizzata da un piccolo protiro a frontone triangolare con colonne in granito che inquadra un portale quattrocentesco, con cornice di marmo modanata, fiancheggiato da paraste intonacate leggermente sporgenti che sorreggono capitelli toscani in stucco. Lo stato di degrado della facciata della chiesa dei SS. Nereo e Achilleo evidenziava vari problemi causati da fattori ambientali e interventi passati di restauro. La superficie degli intonaci era velata da una tinta di colore bruno, che, probabilmente a causa del percolamento, era visibile anche sulla superficie in stucco e sugli elementi lapidei. Le grandi mancanze dell’intonaco erano chiuse da ampie stuccature in parte debordanti e più scure dell’intonaco originale. La bicromia e l’intonaco graffito decorato della facciata mostravano segni di perdita dovuti all’esposizione continua ai fenomeni naturali, all’umidità di risalita capillare, soprattutto nella parte più bassa, e all’esposizione a Nord. Questi fattori avevano contribuito a distacchi, disgregazione e decoesione della superficie. Sono quindi stati realizzati interventi di preconsolidamento per tutta la superficie, la pulitura e il consolidamento della stessa. Le porzioni un tempo dipinte sono state revisionate esteticamente e con approfonditi studi in loco e con tecniche diverse. Per il protiro si è proceduto con la pulitura dei depositi superficiali degli elementi lapidei ed il consolidamento. La pulitura degli elementi in stucco e marmo è avvenuta con acqua e tensioattivo con successiva spazzolatura e risciacquo. Gli elementi in marmo del portone sono stati interessati da una pulitura localizzata con ablatore e rifinitura meccanica mediante bisturi. Le colonne e i capitelli in travertino sono state pulite con acqua e tensioattivo applicato a pennello, e risciacquati con acqua. Gli elementi in stucco sono stati oggetto di scialbo eseguito con una boiacca liquida applicata a pennello ed equilibratura con colori a calce e pigmenti.

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